Br: "Volevamo rapire Andreotti, non Moro"
Le rivelazioni di un fondatore delle Brigate Rosse
Un importante tassello si aggiunge al complesso puzzle giudiziario legato ai fatti di Cascina Spiotta. Durante il processo in corso ad Alessandria, relativo al rapimento dell'imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, sono emerse dichiarazioni che potrebbero riscrivere parte della storia delle Brigate Rosse.
Le parole provengono da Alberto Franceschini, uno dei padri fondatori dell'organizzazione terroristica, scomparso nel 2025. Le sue considerazioni, espresse in un libro-intervista degli anni '80 e in un'audizione parlamentare del 1999, sono state ritenute di «considerevole importanza» dagli avvocati delle parti civili.
La difesa delle figlie e della moglie dell'appuntato Giovanni D’Alfonso, caduto proprio a Cascina Spiotta il 5 giugno 1975 durante il blitz per liberare Gancia, ha chiesto alla Corte d’Assise di acquisire agli atti questi documenti. L'obiettivo è dimostrare come le decisioni operative di rilievo, inclusi i sequestri di persona, fossero frutto di un consenso collegiale all'interno della dirigenza brigatista.
Al centro delle rivelazioni, un piano di sequestro che non mirava ad Aldo Moro, bensì all'allora politico della Democrazia Cristiana Giulio Andreotti. Franceschini ha confessato di aver personalmente pedinato Andreotti a Roma, arrivando persino a toccargli la gobba, con l'intenzione di portarlo via.
Questo proposito, tuttavia, non si concretizzò a causa dell'arresto di Franceschini e di un altro co-fondatore delle Br, Renato Curcio, avvenuto l'8 settembre 1974. L'arresto bloccò di fatto la pianificazione del sequestro Andreotti, spostando l'attenzione su altri obiettivi.
Secondo i legali delle parti civili, queste dichiarazioni rafforzano l'idea che i vertici dell'organizzazione, inclusi Renato Curcio, Lauro Azzolini (già imputato e reo confesso per la sua presenza a Cascina Spiotta) e Mario Moretti (presunto mandante del sequestro Gancia), fossero pienamente consapevoli e coinvolti in operazioni di tale portata.
Il sequestro Gancia, avvenuto poco dopo, si concluse tragicamente con una sparatoria in cui persero la vita l'appuntato D'Alfonso e la brigatista Mara Cagol, all'epoca moglie di Renato Curcio. La dinamica della morte di Cagol è uno dei punti ancora oggetto di dibattito nel processo.
L'udienza odierna potrebbe vedere l'escussione di due testimoni citati dalle difese, tra cui il carabiniere in congedo Domenico Palumbo. Quest'ultimo, nel 2022, aveva rievocato il suo intervento sul luogo della sparatoria, descrivendo la scena del ritrovamento del corpo di Mara Cagol.