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Un gesto di profonda umanità a Busto Arsizio: il cugino del giudice Rosario Livatino ha incontrato i due uomini condannati per il suo omicidio. Un percorso di perdono e riconciliazione che mira a superare l'odio e a offrire una speranza di redenzione.

Un incontro per la pace a Busto Arsizio

A Busto Arsizio, nella provincia di Varese, si è svolto un incontro di straordinaria rilevanza umana e spirituale. Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, ha incontrato Salvatore Calafato e Paolo Amico. Questi due uomini sono stati condannati all'ergastolo come esecutori materiali dell'omicidio del magistrato, avvenuto nel 1990 a Canicattì. L'evento si inserisce in un percorso di giustizia riparativa, definita da Insenga stesso come «giustizia pacificatrice».

L'iniziativa mira a superare il concetto di mera punizione, focalizzandosi sulla possibilità di riconciliazione e sulla liberazione dal peso dell'odio. Insenga ha condiviso il suo messaggio di speranza: «L'odio è un carcere senza sbarre. Sono riuscito a uscirne attraverso la preghiera». Questa frase racchiude il lungo cammino personale che ha portato il cugino del giudice a scegliere la via del perdono.

La scelta di Insenga non è stata immediata, ma frutto di una maturazione interiore. Il suo gesto offre una prospettiva diversa sulla giustizia, una che include la possibilità di redenzione per chi ha commesso crimini efferati. L'incontro a Busto Arsizio rappresenta un passo significativo in questa direzione, dimostrando come il perdono possa essere uno strumento potente di guarigione, sia per chi lo concede sia per chi lo riceve.

Le parole dei condannati: pentimento e speranza

Salvatore Calafato, uno dei condannati, ha espresso un profondo pentimento per le sue azioni. Ha ammesso di non aver conosciuto personalmente il giudice Livatino, ma di essere stato mosso dalla vista dello strazio dei genitori del magistrato. «La coscienza sporca che avevo mi ha portato sin qui», ha dichiarato Calafato. Ha riconosciuto la gravità del suo gesto, affermando: «Ho tolto la vita a un uomo dello Stato, ho offeso la magistratura e ho provocato dolore alle famiglie. Tutto ciò che ho fatto è stato sbagliato».

Calafato ha attribuito la sua conversione alla figura di Livatino, definendola come un seme da cui è nata la sua trasformazione. Questo riconoscimento della colpa e del dolore inflitto è un elemento cruciale nel processo di giustizia riparativa. La sua testimonianza evidenzia come la consapevolezza delle proprie azioni possa innescare un percorso di cambiamento.

Anche Paolo Amico, l'altro condannato, ha condiviso il suo percorso interiore. Ha rivelato di aver desiderato chiedere perdono ai familiari del giudice Livatino fin da subito, ma di essere stato inizialmente ostacolato dalla mentalità mafiosa e omertosa. Oggi, Amico considera il giudice Livatino, un tempo percepito come un nemico, un vero e proprio riferimento spirituale. La sua affermazione più toccante è: «Nessuna persona è perduta per sempre».

Amico ha ringraziato Insenga per l'opportunità di esprimere il suo rimorso e ha rinnovato la sua richiesta di perdono. Questo dialogo tra chi ha subito una grave perdita e chi ha commesso l'atto criminale apre uno spiraglio di speranza, suggerendo che anche nelle circostanze più oscure sia possibile trovare una via per la pacificazione.

Il cammino del perdono e la speranza di un futuro diverso

Salvatore Insenga ha raccontato il dolore e la rabbia che lo hanno pervaso dopo l'assassinio del cugino, quando aveva appena vent'anni. Ha descritto il suo lungo cammino, sostenuto dalla fede, che lo ha condotto alla scelta del perdono. «Il perdono ha liberato me e spero che possa liberare anche voi», ha detto Insenga rivolgendosi ai due uomini. Questo messaggio è un invito a intraprendere un percorso di liberazione personale, non solo per i condannati, ma anche per le vittime e i loro familiari.

Insenga ha auspicato la possibilità di un futuro incontro di preghiera nella chiesa di Santa Chiara, a Canicattì, luogo simbolico legato alla memoria del giudice Livatino. Questo desiderio sottolinea la volontà di trasformare il dolore in un'occasione di comunione spirituale. La sua convinzione è che la violenza non debba avere l'ultima parola: «Un colpo di pistola non può essere l'ultima parola».

L'omicidio del giudice Rosario Livatino, avvenuto il 21 settembre 1990 sulla strada statale 169 Agrigento-Canicattì, è stato uno dei più efferati delitti di mafia contro lo Stato. Livatino, noto per la sua integrità morale e la sua dedizione al lavoro, era soprannominato il «giudice ragazzino». La sua uccisione ha segnato profondamente la comunità e l'intero Paese.

Il percorso di giustizia riparativa intrapreso a Busto Arsizio, con il coinvolgimento di Salvatore Insenga, Salvatore Calafato e Paolo Amico, rappresenta un esempio significativo di come sia possibile affrontare le ferite del passato. La figura di Livatino, vittima innocente, diventa così un simbolo di speranza e di redenzione, dimostrando che anche di fronte all'orrore, la forza del perdono e della riconciliazione può prevalere. La giustizia, in questo contesto, non è solo punizione, ma anche un processo di guarigione e di pacificazione sociale.

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